giovedì 20 dicembre 2012

DISSESTI IDROGEOLOGICI. INTERVENTO DI MAURO CHESSA E REPLICA DI ENRICO ROSSI





FIRENZE. Mauro Chessa, Presidente della Fondazione dei Geologi della Toscana, ci ha inoltrato questo suo scritto, al quale segue una risposta del Presidente Enrico Rossi:

GEOLOGIA PER UNA NUOVA POLITICA
(NEL SENSO DELLA POLI-ETICA E NON DEI PARTITI)

«Le recenti alluvioni che hanno colpito, ancora una volta, la Toscana, sono un ulteriore campanello d’allarme che chiama in causa le responsabilità di tutti e impone svolte radicali nell’uso del territorio, nelle politiche di investimento e nel modello di sviluppo», queste le parole del presidente della Regione Toscana (Massa, 12 novembre 2012), parole coerenti con precedenti affermazioni: «La tutela del nostro territorio come elemento di identità assoluto, è tanto più forte quanto più svincolata dalla responsabilità di produrre reddito.» (Convegno nazionale sul caso toscano – dalla parte del territorio, Firenze 24 marzo 2012).
Queste encomiabili dichiarazioni risultano però stridenti rispetto ad alcune realtà toscane. Partirò da aspetti che non hanno immediata connessione con il dissesto idrogeologico, ma che sono fortemente indicativi di quel rapporto con il territorio che Rossi, giustamente, mette in discussione. Per esempio nel comprensorio marmifero si raggiunge la densità di 7 cave per Kmq, con la totale devastazione di un territorio che ha identità da vendere. A fronte di questo enorme peso ambientale e sociale il comparto marmifero restituisce pochissimo: il Comune di Carrara è il secondo più indebitato d’Italia, il poco che ottiene dalle attività estrattive viene impiegato per l’attività stessa e non ad incremento della ricchezza diffusa. Negli ultimi decenni, con le nuove tecnologie, si è avuta una drammatica riduzione degli occupati: quelli direttamente impiegati in cava sono passati da 14.000 a 1.000. Ancora più pesante la contrazione dell’indotto: si è sviluppata la produzione del carbonato di calcio che ha una filiera assai più corta della lavorazione del marmo, oltre ad essere sempre più diffusa l’esportazione del marmo grezzo in luogo della lavorazione in loco. È evidente quindi come si concretizzi la separazione tra territorio e la popolazione: nonostante la natura pubblica di una risorsa non rinnovabile come il marmo, nonostante il pesantissimo prezzo ambientale che l’estrazione provoca, nonostante la natura giuridica delle cave (dal tempo degli editti estensi di proprietà pubblica) il privato attua una produzione scollegata dal territorio, nelle sue componenti ambientali e sociali, che risulta sempre più irreversibilmente impoverito.
Un altro esempio toscano di spoliazione del territorio dalla sua valenza identitaria è la geotermia, propagandata come una fonte economica, inesauribile, che non produce inquinamento. I valori misurati da ARPAT dicono invece che produce circa 2.000.000 di tonnellate di CO2 all’anno (dato 2007): la centrale ad olio di Livorno, a parità di energia prodotta, emette meno CO2 delle centrali geotermiche dell’Amiata. Ma la CO2 non preoccupa gli abitanti delle aree geotermiche quanto le altre sostanze che non vengono trattenute: la sola centrale Bagnore 3 ogni giorno emette 1 ton di acido solfidrico, 4 ton di ammoniaca, 7 ton di metano, 1,2 Kg di acido borico, 96 g di mercurio, 9 g di arsenico, 214 ton di CO2. C’è poi la questione delle interferenze con la falda che alimenta l’acquedotto del Fiora, che serve un’utenza di 700.000 abitanti equivalenti: in 30 anni la portata delle sorgenti si è ridotta dai 300 milioni di mc degli anni ‘70 ai 90 di oggi. La diminuzione dell’acqua ha corrisposto all’incremento del contenuto in Arsenico. A ciò si aggiunga che la falda geotermica più superficiale, che nei prossimi decenni, con l’esaurimento dei combustibili fossili, avrebbe avuto un significato strategico fortissimo, è stata depressurizzata e abbandonata. A questo imponente impatto della geotermia tradizionale (altrove si utilizzano tecnologie innovative, assai meno impattanti) corrisponde, secondo l’IRPET, lo sconcertante fatto che i comuni amiatini sono i più poveri della Toscana.
Questi sono due casi dove si registra lo sfruttamento di beni comuni con gravi danni e depauperamento del territorio, senza che vi sia distribuzione di ricchezza; lo sfruttamento è palesato nell’arricchimento di alcuni soggetti a discapito della collettività. Quale sentimento di identità, quale condivisione possono favorire queste situazioni? È tuttavia necessario osservare che in generale, riferendoci al territorio in se e non alle sue componenti storicamente individuate come ‘risorse’ (acqua, minerali etc.), è riduttivo ricondurre la lettura alla relazione tra sfruttatore e sfruttato; per comprendere è necessario riflettere sulla percezione diffusa del territorio. Il passaggio, negli ultimi decenni, da una gestione di tipo familiare delle aree a destinazione agro-silvo-pastorale, ed in genere del territorio, a quella attuale di carattere industriale, ha determinato la diminuzione della sensibilità nei riguardi della ‘terra’, dalla quale il nucleo familiare otteneva sostentamento ed alla quale era legato per tradizione culturale e per successione genealogica. Era quindi dominante il criterio della conservazione del bene. Con la società industriale il legame tra le comunità e territorio è divenuto essenzialmente economico: il valore della terra è commisurato alla sua commerciabilità e spesso al pregio edilizio. Si tratta di una variante del post-fordismo, dove la rottura del patto sociale non è la portante di un processo speculativo, nel quale sono individuabili sfruttatore e sfruttato, ma diviene il paradigma accettato della cultura del profitto che regola la nostra società. Significativo il caso di Marina di Campo (Isola d’Elba), alluvionata nel novembre 2011. L’abitato è sorto in una piana, chiamata fino a pochi anni fa Maremma dell’Elba. Si è urbanizzata la duna costiera, lasciando al retro la zona umida che conserva il toponimo Stagno, poi si è urbanizzato lo stagno strizzando il fosso che scendeva a fianco dell’area paludosa e riducendo il canale di bonifica ad un budello. Le conseguenze sono state disastrose. Non c’è l’intervento di interessi imprenditoriali prevaricanti la volontà delle popolazioni locali, gli abitanti stessi (cittadini e amministrazioni) hanno totalmente rimosso le consapevolezza della natura del territorio dove vivono, in nome di una ‘valorizzazione’ a breve termine e di corto respiro.
Analoghe le valutazioni per Aulla, espansa nell’alveo del Magra nel rispetto degli strumenti urbanistici che non hanno tenuto conto di una conclamata situazione di pericolo, o per Albinia, dove si è verificato un evento ampiamente prevedibile. Ma il nostro territorio è costellato da molte altre situazioni più particolari e minute, che proprio per questo, essendo legate ad una specifica volontà realizzativa, ancora meglio evidenziano lo strappo del rapporto tra i residenti e la coscienza del territorio. L’esempio è Mulazzo, duramente colpito dai dissesti del 2011: le ricognizioni hanno condotto alla individuazione di molte riduzioni delle sezioni fluviali, palesemente sottodimensionate rispetto alle necessità idrauliche. Altra faccia della rottura del rapporto con il territorio è l’abbandono delle aree la cui produttività non raggiunge gli standard industriali; la dismissione dell’agricoltura montana ha espanso le superfici boscate non soggette a cure colturali, colonizzate da specie che crescendo diventano instabili. Durante gli eventi meteorici intensi si hanno imponenti decoticamenti, con alberi e detriti che vanno ad ostruire le luci dei ponti e restringere le sezioni di deflusso. I costi sociali ed economici, se rientrassero in qualche contabilità decisionale, da soli giustificherebbero la manutenzione di tali aree. Invece il ‘grande cantiere’ per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio – che a noi geologi risulta il minimo sindacale in termini di governance – sconta sia la diffidenza dei cittadini, perché percepito come una tassa e non come una diversa modalità della produzione, sia l’avversione dei decisori politici, che concepiscono i grandi cantieri come regolatori economici: non interessa una moltitudine di piccoli interventi ma appalti faraonici, generatori di PIL, per i quali l’incremento dei costi in corso d’opera è blandamente contrastato e forse persino gradito, vedi le grandi infrastrutture, regolate da un project financing cucito per lasciare briglia sciolta al ricarico attraverso i sub-appalti e gli ‘imprevisti’. Così accade che il DPEF 2013 della Toscana, redatto mentre il grossetano andava sott’acqua, prevede 56 milioni alla voce “prevenzione dal rischio idrogeologico”, che non sono pochi, ma molto meno dei 200 milioni alla voce “interventi per le infrastrutture”. La messa in sicurezza idrogeologica è un’utopia in una società dove l’obbiettivo è il PIL e non la ricerca della qualità della vita, di questa e di quelle a venire. Le ripetute incursioni legislative post-calamità sono pannicelli caldi, non modificano strutturalmente il problema, inoltre, oltre ad essere tardive, sono apprezzabili nelle finalità ma oscillano tra emotività e compromesso, così da risultare ottuse nell’articolato e negli esiti; la nostrana L.R. 21/12, sulle aree a maggior rischio idraulico, non fa eccezione. Il comune denominatore tra i casi che ho portato ad esempio è la rottura del rapporto tra l’uomo ed il territorio, i primi due (Apuane e Amiata) sono solo apparentemente diversi da quelli legati al dissesto idrogeologico perché la contrapposizione di interessi è evidente nella separazione delle figure che li incarnano. «Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose» (Einstein); l’alternativa non può prescindere da un diverso paradigma socio-economico, l’attuale ha stabilito un legame surrettizio tra l’economia di mercato e la percezione del benessere, non misurato sulla concreta qualità della vita ma sulla capacità d’acquisto di prodotti artatamente effimeri, che disconosce la sostenibilità lasciando ampi margini al sovra-sfruttamento delle risorse naturali, all’aumento dei rifiuti e dell’inquinamento, alla mercificazione dei beni, dei servizi e del lavoro. Il disinnamoramento per i partiti ha motivi contingenti ma cresce anche sull’incapacità di delineare vie d’uscita all’insostenibilità del sistema nelle sue componenti produttive, economiche, sociali, ecologiche. La ‘politica’ non offre sbocchi, non ha la forza per guidare la trasformazione che la società attende, ma la società stessa non ha risolto la tensione divaricante tra il consumismo e lo schiacciante peso che questo esercita sulla sostenibilità. «Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità» (Gandhi – prima che il calcolo dell’impronta ecologica traducesse drammaticamente in numeri quest’affermazione), l’alternativa non può prescindere dal sancire il dovere di ogni generazione di consegnare a quella successiva un mondo non depredato, dalla centralità del lavoro quale espressione dell’equilibrio qualitativo e quantitativo tra produzione e bisogni, ma anche dalla rivitalizzazione della democrazia: è determinante il coinvolgimento delle popolazioni nelle politiche della sostenibilità, territoriale, economica e sociale; nessuna di queste può aver successo se non è condivisa, come mostra settorialmente l’analisi delle cause dei ‘disastri naturali’. In questa luce la trasformazione delle Province in enti di secondo livello (cosa diversa dall’accorpamento), senza elezione degli amministratori, è motivo di forte preoccupazione, per l’ulteriore allontanamento dei cittadini dai centri decisionali. È arduo ricucire la cesura tra territorio e popolazione che la cultura del profitto ha determinato, come riconoscono esplicitamente le affermazioni del presidente Rossi, in assenza di una riflessione collettiva sul nostro modello sociale; come ben documentato nel lavoro di Fitoussi e Laurent (economisti di fama internazionale, tutt’altro che rivoluzionari, che analizzano l’attuale crisi e delineano una exit strategy) i tre corni del problema – la questione economica, quella ecologica e quella sociale – si aprono gli uni agli altri e si determinano reciprocamente. Quindi a fianco della riflessione sociale e politica deve esserci una riflessione ambientale (non necessariamente ambientalista, nell’accezione comune), sul rapporto tra la società e il territorio, le sue risorse, le sue dinamiche, per la quale il contributo delle scienze della Terra è imprescindibile. De Gasperi disse che la differenza tra un politico e uno statista sta nella prospettiva temporale: il primo guarda alle prossime elezioni il secondo alle prossime generazioni. Le affermazioni del presidente Rossi che ho riportato sono da statista, traduca questo respiro, traduca la tensione verso «svolte radicali nell’uso del territorio, nelle politiche di investimento e nel modello di sviluppo» nella prassi amministrativa della Regione e conti sulla competenza dei geologi. Oltre che nella quotidianità lo attendiamo anche nei grandi appuntamenti, sui tavoli della Regione giacciono le bozze di provvedimenti nodali: la revisione della 1/2005, della 78/98, il Piano paesaggistico, la legge sulla difesa del suolo, il Piano energetico, ed anche una legge sulla partecipazione che valorizzi l’apporto positivo e propositivo delle componenti sociali, e non serva a burocratizzare le vertenze che i cittadini mettono in essere per difendersi dall’aggressione al territorio con il quale hanno un legame identitario.
Mauro Chessa
Presidente Fondazione dei Geologi della Toscana

REPLICA DEL PRESIDENTE ENRICO ROSSI

Egregio Presidente Mauro Chessa,
la ringrazio per le sue riflessioni. Riguardo al suo invito non posso che dirle che siamo a metà della legislatura e già penso che la Toscana abbia compiuto importanti passi avanti nel cambiamento delle politiche del territorio. In piena coerenza con il programma di legislatura con cui ci eravamo presentati abbiamo puntato il più possibile sulla salvaguardia del territorio agricolo e la tutela del paesaggio. Siamo dell’idea che questa direzione – combinata con il rilancio del manifatturiero-sia l’unica in grado di far ripartire uno sviluppo di qualità nella nostra regione. Abbiamo ripreso una discussione positiva e utile con i comuni per quanto riguarda i piani strutturali, e abbiamo compiuto un altro passaggio straordinario con la “vestizione” dei vincoli. Non temo smentita nel dire che nel governo del territorio abbiamo messo a punto nuove politiche di contrasto al consumo di suolo, i cui risultati però saranno pienamente apprezzabili soltanto in futuro. E’ stata rafforzata l’attività di verifica della coerenza tra il Piano di indirizzo territoriale regionale e la pianificazione urbanistica locale, una attività di verifica resa possibile attraverso le osservazioni e, quando necessario, il ricorso alla conferenza paritetica interistituzionale. Le diverse integrazioni alla legge regionale sul governo del territorio, necessarie per recepire provvedimenti nazionali, sono state usate al fine di iniziare a diversificare le procedure per il riuso delle aree già urbanizzate rispetto al nuovo consumo di suolo agricolo. Ciò sia nel 2011 con la legge 40, che ha introdotto una nuova norma per la rigenerazione urbana, che con la legge 52/2012 che disciplina le procedure per le grandi superfici di vendita, differenziandole a seconda che interessino edifici già esistenti o nuove aree agricole, e prescrivendo in questo ultimo caso la pianificazione sovracomunale e la distribuzione degli oneri di urbanizzazione tra tutti i comuni. Sugli aspetti quantitativi del consumo di suolo sono stati affinati i sistemi di monitoraggio e introdotti nuovi indicatori, ad esempio la valutazione degli effetti indotti dalle nuove urbanizzazioni (ad esempio la frammentazione) sul territorio e sul paesaggio. Con la revisione della Legge 1 inoltre porteremo avanti, con dispositivi operativi ad hoc, il principio secondo cui nuovi impegni di suolo vengono consentiti solo qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. A tutto questo aggiungo altre due svolte non meno radicali: il divieto a costruire nelle zone ad alto rischio idraulico, che purtroppo costituiscono il 7% del territorio pianeggiante della Toscana, e la riforma dei Consorzi di bonifica, che vogliamo finalizzare alle attività di manutenzione. Per quanto riguarda invece la qualità del territorio e del paesaggio, nella redazione del Piano paesaggistico regionale stiamo lavorando a una interpretazione che tenga conto dei tanti e vari aspetti che compongono l’assetto complessivo, come l’ idrogeomorfologia, il territorio rurale, la salvaguardia degli ecosistemi, il possibile sviluppo degli insediamenti come policentrici. Per ora abbiamo ottenuto, primi in Italia, la validazione da parte del Ministero per i beni e le attività culturali, del lavoro di vestizione dei vincoli da noi previsto. Come vede la nostra idea di governo del territorio non manca di attenzione agli aspetti di salvaguardia sia degli ambienti strettamente naturali che dei paesaggi “artificiali” che pure rendono celebre la nostra regione nel mondo; nonché della salvaguardia anche delle vite dei cittadini di fronte a possibili rischi idrogeologici. Così come per l’aspetto storico-artistico, non è semplice governare un territorio garantendone sia la vitalità e lo sviluppo economico che la tutela dell’esistente: la Toscana è un capolavoro, ma non è un museo. Il nostro impegno è tuttavia di cercare di portare avanti entrambi gli aspetti nel miglior modo possibile e di costruire un futuro vivibile anche per le nuove generazioni.
Con i miei più cordiali saluti,
Enrico Rossi
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[Giovedì 20 dicembre 2012 - © Quarrata/news 2012]

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