lunedì 9 gennaio 2012

UN GIUSTO E DIGNITOSO COMPROMESSO


di Luigi Scardigli

Cos’è, ma soprattutto, cosa deve essere, il teatro?
È una domanda che occorre porre, urgentemente, a Lorenzo Loris, regista di Mia figlia vuole portare il velo, riadattamento del testo scritto da Sabina Negri, ispiratasi alla giornalista Leila Djitili, e portato in scena, ieri sera, al teatro Yves Montand, grazie all’interpretazione, bella ed elastica, di Caterina Vertova, la madre musulmana di Alice Torriani – un po’ troppo legata, la fotomodella – che cade dalle nuvole, riuscendo comunque a sorreggersi, invece che precipitare, quando la figlia le comunica che l’indomani, nel giorno della discussione della tesi di laurea in medicina, vorrà indossare il velo.

È attorno a questo corso e ricorso ideologico-religioso-generazionale che si sviluppa l’intera rappresentazione, supportata dall’apparizione-video di Alessandro Haber, il padre della laureanda da anni separato da sua madre, raggiunto in un angolo tropicale della terra con una telefonata via computer da Parigi, dove vivono le due donne.
E se il teatro è soprattutto luogo di rappresentazione e di retorica, va bene anche, ma non solo, certo, Mia figlia vuole portare il velo; se al teatro però deputiamo e deleghiamo uno scontro sociale, una denuncia, un conflitto altrimenti cruento e denunciabile per istigazioni e sobillazione, di queste rappresentazioni, forse, non se ne sente più il bisogno.
Primo, perché del velo, costrizione maschista dell’ortodossia musulmana, che ci terrorizza quanto i dogmi imposti da quella cattolica, alla stregua, inoltre, di tutte le altre religioni, ognuna fondata sulla misconoscenza dell’individuo, non ce ne frega assolutamente nulla; secondo, ma soprattutto, perché attorno a questa letale e disumana scaramanzia, si sarebbe potuto sviluppare un gioco irrisorio, denigrante e dunque blasfemo che invece è rimasto distante dal nocciolo della fusione, delegando al solo camaleontismo umorale della Vertova l’equilibrio e il gradimento della scena.
Amabilmente minimale, ridotta, semovente, quest’ultima, un gioco di sfondi diversi, ma utilizzando le stesse identiche strutture; delle piccole variazioni al palco e sul palco eseguite dal personale del teatro e dalle protagoniste nel vivo della scena, con la sola accortezza, durante i lavori in corso, delle luci soffuse.
Un incidente teatrale, quello del velo, che mette in luce la secolare complicità tra una madre e una figlia, che seppur separate dalla voglia di emancipazione della seconda e quella di non appassire della prima, riesce comunque a trovare un punto incrollabile e inattaccabile di comunione, dove l’amore incondizionato e la riconoscenza sapranno trovare un giusto e dignitoso compromesso.

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[Lunedì 9 gennaio 2012 – © Quarrata/news 2011]

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