domenica 10 luglio 2011

COME CHIEDERE A UN ORSO DI ASPETTARE


di Luigi Scardigli



Mettetevi comodi: ho un sacco di cose da raccontarvi, a proposito della seconda delle tre serate della 32esima edizione del Festival Blues.
Faccio del giornalismo al contrario e parto dal dato meno importante, che è quello che interessa me e pochi altri: la manifestazione, quest’anno, è durata un paio d’ore; dalla chitarra e voce di Michele Beneforti, l’organo Hammond di Valentina Bartoli e la batteria di Mirko Taglianetti, all’esibizione di Robben Ford e il suo minigroup.
Prima, ieri sera, ma anche venerdì e poi dopo, sempre sabato ma anche stasera, domenica, saltiamo a piè pari, perché c’è poco, o nulla, da dire. Compresi i reduci dei Doors, Manzarek e Krieger, con il clone di Jim Morrison guarda caso al posto di Jim Morrison, al microfono, un espediente commerciale irritante, blasfemo: la storia, di Jim Morrison, ne ha conosciuto uno solo e visto che è sepolto da 40 anni, lasciamolo divorare dalle bestie che popolano il sottosuolo.
Certo, i Doors sono stati leggendari, ma quello che avrebbero dovuto fare non l’hanno fatto a tempo debito, figuriamoci ora e poi, blues, i Doors, non l’han mai suonato, dunque, come l’aquila reale Skin e il reduce dal Vietnam con il metadone, Lou Reed, ad un Festival Blues non sono tassonomicamente inseriti.
Michele Beneforti, vent’anni, è la dimostrazione lampante che, con un maestro che si chiama Nick Becattini, si possono ancora esplorare una miriade di luoghi magnetici, compresa Miss you, dei Rolling Stones, trasformata in un cocktail rock/blues e qualche lampo funky, grazie alla timida ma solare energia di Valentina Bartoli e ai tempi, robusti ma gentili, di Mirko Taglianetti.
Hanno suonato due pezzi soltanto, quei tre mocciosi: sono scesi dal palco in lacrime dalla gioia, ma se li avessero fatti suonare mezz’ora sarebbero forse riusciti a superare, senza liquidi ottici, l’emozione e noi, pubblico, a divertirci molto di più e a confidarci, nelle orecchie, che potrebbero far strada.
E ne faranno, aggiungo io. Oltre al giovanissimo terzetto targato Beneforti, naturalmente, in piazza ci sarebbero stati benissimo anche Becattini e Montaleni, ad esempio, che non avevano impegni, visto che sono venuti ad ascoltare uno dei loro più giovani e promettenti eredi, prima e uno dei loro maestri, dopo.
In piazza del Duomo, ieri sera, ho anche visto Fabrizio Berti, armonica struggente e competente, Marco Banana Pieraccini, altro chitarrista che ha ben poco da imparare e molto da regalare e chissà quanti altri, disposti lungo il perimetro della piazza a non perdersi un altro tassello di vita artistica della loro città.
Quando ha imbracciato la sua diavoletto, i seguaci della dottrina robbenfordiana hanno strabuzzato gli occhi, non credendo che uno dei loro profeti potesse iniziare a suonare in piazza con quell’arnese. Appena ha iniziato a parlare la sei corde rossa, è calato il silenzio, lo stupore e tutti si sono genuflessi in preghiera a venerare un coniatore di sintassi musicale, un precursore dell’esperanto sonoro, una voce ricca e penetrante, un’incursione impossibile nel campo acustico, un miracolo del blues bianco, insomma.
La serata è iniziata però – e vengo alla notizia, con la quale avrei dovuto esordire in questo pezzo – in modo anomalo.
In piazza infatti, per la prima volta in assoluto dal 1980 per una serata del Festival Blues, una distesa di sedie, divisa a settori, con tanto di numerini crescenti incollati agli schienali. Attorno, lungo il perimetro della piazza, le transenne in ferro, per far stare al di là quelli che avevano un biglietto meno caro e costringerli ad uno spazio vitale più consono al sovraffollamento carcerario che ad un concerto estivo.
E se sul palco ci fosse stato Battiato (prendo un nome a caso, di quelli che non mi sono simpatici), nessuno si sarebbe meravigliato, né potuto meravigliare e avrebbe avuto tutto il diritto di redarguire gli spettatori delle prime file se, improvvisamente, questi ultimi si fossero alzati in piedi riducendo la visuale a quelli che stanno dietro.
Ma quando sul palco arrivano, in ordine crescente, Willie Neil e Luca Olivieri, rockabilly doc, Robben Ford, un maestro che ha insegnato a solfeggiare a George Harrison come agli Yellow Jackets e la coppia degli orfani di Morrison, Manzarek e Krieger, pretendere che la gente resti seduta al proprio posto assegnato e come chiedere ad un orso di aspettare che qualcuno gli porga la ciotola con il miele che è a sua portata.
Sembra che a generare lo scempio delle sedie in piazza sia stato il timore organizzativo di non vedere il catino del Blues pieno come nelle migliori occasioni. Dubbi e perplessità lecite, certo, ma da risolversi con buon senso e soprattutto amore per la musica e non per gli affari. Per fortuna, ieri sera, sono venuti a contatto molto ravvicinato un gruppo numeroso di black block annacquati, anzi, alcolizzati e un servizio d’ordine che non ha mai perso la testa, nemmeno quando la situazione pareva essere sul punto di degenerare, con i più nichilisti delle prime file disposti a farsi schiacciare pur di vivere, almeno un giorno, anche l’ultimo, semmai, da leoni.
Krieger addirittura, durante l’esibizione, un revival nostalgico al limite del passionevole, si è improvvisamente fermato lamentandosi con il pubblico degli esagitati e minacciando addirittura l’interruzione dello spettacolo se le cose non fossero tornate alla normalità. Proprio come avrebbe fatto Jim Morrison (ahahahahaha)!

Cliccare sull’immagine per ingrandirla.
[Domenica 10 luglio 2011]

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