di LUIGI SCARDIGLI
Una tragica passata in treno da Pistoia
a Firenze – Non esistono più neppure gli studenti
PISTOIA-FIRENZE. Stamattina ho preso il treno per andare a Firenze. No, non
colgo nuovamente l’occasione per tediarvi ancora con gli orari e con una
sporcizia che supera ormai ogni ragionevole indecenza. Mi preme che ogni normodotato che legge (questo) si faccia
promotore di una campagna che a mio avviso ha dell’epocale.
Nessuno parla più con nessuno, se non
da solo.
Non sto scherzando, è la drammatica e
ahinoi, sintomatica, chiave di lettura di una follia degenerante che si sta
impossessando di questa generazione, non a caso, anche per questo motivo,
credo, allo sbando.
Sono stato cinquanta minuti in treno
all’interno di uno scompartimento pieno in ogni ordine di posti; più di
cinquanta persone. Ognuno di queste ha trascorso l’intera durata del tragitto a
digitare non so cosa sul proprio telefonino o sfogliando uno di quei quaderni informatici.
Tutti, ma proprio tutti, eh, non
contenti del proprio preoccupante nichilismo,
non ne ha nemmeno approfittato, in una bella giornata come oggi, per alzare la
testa e, casomai, incrociare lo sguardo di una bella persona; erano tutti
muniti di auricolari con i quali ascoltavano – credo – la musica. E dire che di
cose di cui parlare, in relazione agli accadimenti di ieri, ce n’erano eccome:
il processo Berlusconi, per gli amanti del trash; i buuu negli stadi, per chi crede che il colore della pelle valga
qualcosa; la follia devastante e omicida dell’extracomunitario a Milano e
quella del geloso a Caserta; il nuovo Cd dei Pink Floyd nella raccolta di
Repubblica; il Convento del nuovo governo; le mezze stagioni che non ci sono
più, la sigaretta elettronica, lo scudetto della Juve, Valentino Rossi che non
è più lo stesso, “menomale oggi c’è il sole ma da domani pioverà di nuovo”, “che
c’andiamo a fare all’Università”, “lavoro non se ne trova” o che so?, scegliete
voi, ma parliamone, per favore, di qualcosa parliamo, diamine!
E a te che te ne frega?
Tutto. Sono stato un frequentatore
assiduo, quotidiano, del treno che da Pistoia porta a Firenze: erano gli anni,
bellissimi, dell’Università. Vero, i treni arrivavano in ritardo, come oggi,
erano sporchi, come oggi, affollati, come oggi, ma con un’unica grande
eccezione: si parlava, un sacco e anche contemporaneamente.
Sui treni di noi studenti, con la
pioggia o con il vento, con il freddo e con il caldo, si discuteva, si
litigava, ci si dava appuntamenti, si interagiva, nel senso più nobile e
caotico del termine.
Ho conosciuto, durante gli anni
universitari, una miriade di persone con le quali ancora oggi, a distanza di
oltre venti anni, scambio opinioni, pareri, cene, qualche volta anche un
pizzico di intimità. Bellissimo!
Preso dall’indignazione e dalla rabbia,
tra le stazioni di Prato Porta al Serraglio e Prato Centrale mi sono alzato e
ho voluto vedere, da vicino, se le mie impressioni ortogonali ricevute dal mio
punto di osservazione corrispondessero alla realtà: sì, tragicamente.
Due ragazzi però, che sono quelli che
ho immortalato con la fotografia (nemmeno il flash li ha distolti dalla loro
rumorosissima solitudine), qualcosa hanno condiviso: con un unico auricolare
(all’orecchio destro, uno, al sinistro l’altro) hanno potuto, senza scambiarsi
una sillaba per tutto il tragitto, nemmeno sul sound della musica che stavano
ascoltando, spartirsi le note, senza tradire la benché minima emozione.
Mentre scrivo mi accorgo, inesorabilmente,
di invecchiare.
Ma non tutto ciò che è passato è da
cambiare, da buttare: qualcosa si può conservare, qualcosa si deve conservare:
anzi, qualcosa occorre proteggere e solidificare.
I rapporti umani, ad esempio.
Ce n’è un gran bisogno, credetemi!
Cliccare sull’immagine per ingrandirla.
Foto di Luigi Scardigli.
[Martedì 14 maggio 2013 | 17:32 - © Quarrata/news]
[Martedì 14 maggio 2013 | 17:32 - © Quarrata/news]
Grazie, Luigi, per un pezzo così bello !!!
RispondiEliminaAnch'io faccio spesso il tipo di riflessioni riportate da Scardigli. Ma non ero mai arrivato al livello riportato da questo lucidissimo articolo. Agghiacciante, è la prima cosa che mi viene in mente. Agghiacciante il livello di psicodipendenza maniacale-compulsiva scatenato dalla tecnologia moderna, a cominciare dal telefono cellulare nelle sue varie forme e funzioni; e che non colpisce solo i giovani e giovanissimi, ma anche gli ultrasessantenni ed oltre; gente che, nata quando non avevamo neppure uno straccio di telefono fisso attaccato al muro nelle case e che adesso è diventata incapace di fare un passo, a qualunque ora del giorno e della notte, se non ha quello stupido feticcio attaccato alle mani. (Per la cronaca, pochi giorni fa ho visto, a Firenze, una persona, perduta a messaggiare chissà cosa a chissà chi, dimenticarsi di controllare l'arrivo di un autobus Lazzi per Lucca e perderlo; sarò ignorante, ma ho goduto un sacco!)
RispondiEliminaPiero Giovannelli