giovedì 17 novembre 2011

BERGONZONI. TRACCIANDO BISETTRICI IMPOSSIBILI


di Luigi Scardigli



È invecchiato un po’, anche perché, i sanitari, ma non i medici che stanno con i visi appesi alle pareti, ma quelli del distretto di Bologna, che lo tengono sotto controllo, gli devono aver suggerito di perdere qualche chilo. Per il resto, Alessandro Bergonzoni, il surrealismo autodidatta che si regge in piedi per ore nonostante paia caracollare a terra da un momento all’altro, è sempre lo stesso. Anzi.
Sulla sua inarrestabile e inimitabile vis comica, una miscela, altamente esplosiva e onirica, di suoni e doppi sensi, sogni e bisogni, come ama definirli lui, i contrapposti, il quasi sessantenne bolognese ha aggiunto, da buon vecchio saggio con il vizio di far sorridere per forza – perché di meglio, onestamente, non c’è nulla –, quel piccolo ingrediente di denuncia che si confonde tra i suoi personaggi, presi in prestito – ma mai più resi – alle pellicole più famose della cinematografia internazionale, che però, le case di distribuzione, non hanno mai voluto proiettare sui maxi schermi.
Il risultato è che dei trailers dei film che crede di aver visto, Alessandro Bergonzoni ne racconta al pubblico, puntualmente in delirio, come quello accorso ieri sera al teatro Nazionale di Quarrata, dove il jolly emiliano ha aperto la stagione, con il suo Urge, solo parti apparentemente insignificanti, che nascono dai suoi sogni, o incubi, come volete, e si dipanano lungo la via dell’iperreale, tracciando bisettrici impossibili lungo una vastità di pensieri e luoghi insoliti che si ritrovano al termine di improbabili viaggi nello spazio.
La location non cambia: lui è solo, su quel palco immensamente minuscolo, con la sua malcelata malinconica solitudine, una saudade riecheggiata anche da suo slang musicale e da un punto qualsiasi preso a noleggio, l’improbabile calendario celtico, se non ricordo male, ad esempio, accompagna i suoi complici, un pubblico stordito, verso una meta inesistente, alla quale però, al termine dello spettacolo, si giunge veramente, o che almeno si ha l’impressione di toccare.
Il canovaccio è quello pluridecorato e sperimentato dei giochi di parole, dei punti, accenti, apostrofi, virgole, estensioni, restrizioni, ululati e sussurri, grida e risolini, che cambiano del tutto il senso delle cose, qualora le cose abbiano ancora un senso, la traiettoria, fino a scambiare la buona sorte con la maledizione, la vita e la morte, quella dalla quale ha preferito sottrarsi rinunciando a farsi lobotomizzare dalle telecamere televisive, alle quali ha preferito gli occhi di bue dei teatri, dove sul fascio di luce si contano le gocce di saliva e sudore che saltano da un’anima che ha ancora voglia di raccontare agli altri quello che vorrebbe riuscire a vedere.
E non sarà un caso che Urge prende spunto da un sogno e chiude il suo cerchio folle, ma divertente, attorno alla necessità di riuscire ad immedesimarsi nell’altro, di essere altro, nell’interpretazione forse più autentica e sincera del termine altruismo, un significato nel significato, un peso nella speranza. Condito da una smorfia e una mimica che regola con sapiente disinvoltura l’elettrocardiogramma dello spettacolo, tenuto saldamente per le redini lungo tutta la circonferenza della propria estensione, a cavallo, o acca vallo, come specificherebbe il Devoto Oli della Zola Pedrosa, di una puledra muta (acca vallo) che sa scalciare e fingere di volere volare, restando invece immobile su se stessa, un intervento a cuore aperto su un ventricolo che invece di pulsare sangue alle arterie ha deciso di parlare dallo stomaco.
Difficile, ma soprattutto inutile, provare a dipanare la matassa Bergonzoni: primo perché non credo che sarebbe felice, lui, che qualcuno scoprisse e mostrasse al pubblico i trucchi del grande prestigiatore; ma soprattutto perché una volta scoperto il passepartout del gioco e delle sue regole, il deus ex machina (che non ha i soldi per ricomprarla) non saprebbe davvero come spiegare l’arcano delle sue costruzioni, flebili e opinabili castelli di cartapesta esposti, tra l’altro, alla tempesta di venti bollenti che giungono da nord e che per una gioco di perfidi e satanici equilibri riescono comunque a restare in piedi, fino al prossimo spettacolo.

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[Giovedì 17 novembre 2011 – © Quarrata/news 2011]

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