sabato 22 giugno 2013

NEL CHIOSTRO DI SAN BENEDETTO, FRA TERRA E POLVERE DI STELLE


di LORENZO CRISTOFANI

PISTOIA. Se a Pistoia Gesù dovesse scegliere un luogo, tra tutte queste geometrie di chiese e volumi eleganti, tra tutti questi chiostri di porticati e colonne, per parlare del suo magistero, sceglierebbe senz’altro il chiostro di San Benedetto.
Qui il pigolio delle galline richiama subito alla mente il gesto del prendersi cura per antonomasia, quello della chioccia che raccoglie i pulcini sotto le ali, quello cioè che Gesù intendeva compiere e trasmettere agli uomini.
Le galline di Don Alessandro Marini sono di razza mugellese e Livorno, quella tipica razza che permette produzioni di numerose uova biologiche di filiera corta a km zero meglio di qualsiasi altro precetto ecologista.
Nella foto si può cogliere il concitato momento in cui don Alessandro offre una gustosa merenda ai pennuti: rovesciando semplicemente la terra col badile i lombrichi cessano il ruolo di esseri fondamentali del creato – per la funzione ecologica di “manutenzione” del suolo e della chiusura dei cicli biogeochimici – e per divenire vere e proprie prelibatezze di cui abbuffarsi.
Ci sono poi nel chiostro le quaglie con il loro canto sublime, come quelle che furono mandate – assieme alla manna – agli israeliti nel deserto del Sinai: anche queste semplici presenze, legate a vicende e valori evangelici, sono capaci di comunicare quegli stili di vita sostenibili che una chiesa, autenticamente mater et magistra, pratica per la tutela del creato e degli uomini che lo popolano.
Si tratta infatti di piccoli gesti che chiunque, nel suo piccolo – pertinenze di condomini, parrocchie, associazioni, ambienti rurali – e con un minimo di spazio disponibile, potrebbe (e dovrebbe essere incentivato a) sviluppare. Quale migliore esempio di populorum progressio e spirito di cooperazione nell’odierno tempo di crisi per evitare l’esaurimento delle risorse sempre più scarse e degradate?
Nel chiostro la biodiversità, di cui spesso si sente parlare in maniera fin troppo vacua e inconsapevole, è arricchita, come nell’abbazia di Montecassino, da tortorelle e colombe che rappresentano la sorella di san Benedetto, Santa Scolastica, la cui anima venne vista salire in cielo dal monaco fondatore della Regola appunto sotto forma di bianca colomba.
L’atmosfera è impreziosita poi dalla presenza di un mandorlo, primo a fiorire in Israele e simbolo della speranza e del vigilare nella visione del profeta Geremia. Altre varietà come l’ulivo, la vite e il fico contribuiscono sicuramente a disegnare quella metafora del paradiso, la civitas Dei, che sono gli orti-giardino dei complessi monastici di ieri e i più moderni orti condivisi di oggi.
Nella nostra vita odierna, che è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare, chi è credente potrà forse ritrovare nel chiostro di San Benedetto l’attenzione di Dio ai frammenti: agli occhi, ai gesti, ai percorsi, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo... al gauduim et spes della comunione degli uomini col prossimo e col creato.
Ugualmente chi è più laico troverà nella grazia squisita dell’ antico chiostro olivetano un vago anelito di trascendenza, la ciclicità delle stagioni e del tempo e tutto lo stupore verso la polvere di stelle che nei millenni si aggrega e si combina con dolce e malinconico mistero.

Cliccare sull’immagine per ingrandirla.
[Sabato 22 giugno 2013 | 12:20 - © Quarrata/news]

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