sabato 11 febbraio 2012

UN INUTILE TENTATIVO DI FUGA DALLA FRUSTRAZIONE


di Luigi Scardigli

Pensava, buona parte del pubblico del Manzoni, ieri sera, che con La lampadina galleggiante (si replica stasera e domenica pomeriggio) – idea di Woody Allen riadattata per il teatro da Armando Pugliese –, la maggior parte del tempo dello spettacolo sarebbe stato occupato dalle risate. Valutazione e previsione non deontologicamente corrette, perché di questa famiglia americana fotografata all’indomani della seconda guerra mondiale c’è veramente ben poco da ridere.

Il padre, Fulvio Falzarano, è un povero fallito perennemente alla caccia del numero da indovinare alla lotteria per sbancare lunario e frustrazioni, che indossa puntualmente la pistola, prima di uscire di casa: la porta con sé per difendersi – dice alla moglie e ai figli – ma in realtà è un modo per evitare eventuali agguati degli strozzini che lo perseguitano e soprattutto per riuscire ad esercitare fatali attrazioni sulla giovane amante, la ragazza (Barbara Giordano) che sogna di sopravvivere senza lavorare, preferibilmente, e in Florida, se possibile.
La madre, un’affascinante Mariangela D’Abbraccio, bella e distrattamente sensuale, volutamente calda e per caso materna, inevitabilmente tragica e ironica, perennemente semiseria, è un’ex giovane cantante e ballerina piena di sogni e speranze che ha risposto tutte le proprie aspettative nel matrimonio, rimanendone schiacciata, disillusa, tradita e fregata, alle prese quotidiane con il figlio maggiore (un bravissimo Emanuele Sgroi) che sogna di diventare un mago, ma che non riesce a superare la balbuzie e la timidezza e quello minore (un giovanissimo e promettente Luca Buccarello) che somiglia molto al padre, indisponente e scanzonato oltre ogni ragionevole dubbio, che sembra, nonostante la giovanissima età, sapere quasi tutto della vita.
In questa tristezza routinaria, entra ed esce di scena esasperando la fragilità e la tristezza di tutti i componenti della famiglia, in cerca di personalità, più che d’autore, Mimmo Mancini, l’agente artistico dei commedianti e degli attori di terzo livello, che per un attimo, affogando l’ulcera in due brandy, sfodera un’inimmaginabile carica da inguaribile tombeur de femme, per poi riporla, immediatamente, nella faretra prudentemente ed edipicamente consegnatagli dalla vecchia madre, con la quale andrà ad invecchiare nella secca Arizona.
Certo, la scena è concretamente tragicomica, alleniana in quasi ogni suo riferimento, ma ogni altra componente prende decisamente il sopravvento su quella onirica, grazie all’altalenante ottimismo/pessimismo della D’Abbraccio, che vorrebbe in tutti i modi affrancare la propria frustrazione e abbandonare la propria miseria delegando alla vena artistica del figlio le armi della rivalsa, un’onerosa e insopportabile velleità dalla quale lo straordinario Paul (Emanuele Sgroi) si lascia fatalmente e inesorabilmente schiacciare e ridicolizzare.

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[Sabato 11 febbraio 2012 – © Quarrata/news 2011]

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